OLTRE LA TELA: UN VIAGGIO TRA MEMORIA, DESIDERIO E L’ESSENZA DEL FEMMINILE
di Daniela Bussolino
Quando dipingo, non cerco di replicare il mondo. Cerco di catturarne il respiro. Quell’attimo in cui la luce sfiora un gesto, un’ombra si fa simbolo, e il colore diventa una lingua che parla direttamente all’anima. Partita da Castello di Annone, un borgo dove il tempo sembra ancora sussurrare storie antiche, ho imparato a osservare il silenzio, quel silenzio che precede il movimento, l’emozione non detta, il ricordo che pulsa sotto la pelle.
La mia arte nasce così, da un dialogo costante tra ciò che è visibile e ciò che rimane nascosto. Non mi interessa l’apparenza, ma giungere all’essenza di un’emozione, per raccontarla attraverso i colori.
Ogni figura che creo è un viaggio. Prendete, ad esempio, la donna ritratta di spalle con un bicchiere di vino. Non è solo un corpo, ma racconta un atto di libertà. Le sue “ali” di pennellate chiare e impetuose non sono decorazione, ma l’emblema di un desiderio di fuga, di trasformazione, di emancipazione. Quel gesto è un invito a chiedersi cosa tratteniamo e cosa lasciamo volare via.
COLORE COME VOCE INTERIORE
Il rosso, nelle mie opere, non è un colore. È un universo. Non è passione o sangue, ma la vibrazione di un’emozione complessa che vale mille messaggi. Quando dipingo un drappeggio scarlatto, penso alla carne che respira, alle pieghe dell’anima che si rivelano solo nel buio. Quel rosso può essere velluto, fuoco, porpora… ogni tono evoca una storia diversa.
Le mie donne esaltano l’imperfezione del vivere. I drappeggi non nascondono, ma svelano. Sono feritoie attraverso cui la luce interiore irrompe, trasformando la fragilità in atto di coraggio.
CORPI CHE PARLANO SENZA PAROLE
I miei ballerini hanno gambe sottili, volti appena accennati, torsioni del busto che sembrano sospese. Non è una scelta stilistica, ma una necessità. Ridurre l’anatomia all’essenziale significa concentrarsi su ciò che conta davvero: il gesto, il movimento, il rapporto tra corpo e spazio.
Una ballerina con le braccia tese non danza solo per lo spettatore, ma per sé stessa, in un istante di abbandono che trasforma il dolore in grazia. Quel vuoto attorno a lei non è assenza, ma, al contrario, un sipario che invita a entrare nel suo mondo interiore.
LO SPAZIO COME SILENZIO ATTIVO
Il fondo scuro delle mie tele non è casuale. È un luogo metafisico, un altrove dove il tempo si ferma. Quando una figura emerge da un vortice di colore su sfondo nero, non sta semplicemente “apparendo”. Sta lottando per esistere, per affermarsi oltre l’ombra. Quel nero è il grembo da cui nascono nuove verità.




IL FEMMINILE COME ARCHETIPO UNIVERSALE
Le donne che popolano le mie opere non sono muse, né icone.
Sono presenze.
Corpi che incarnano la dualità dell’esistere. Forza e fragilità, slancio e malinconia, nudità e protezione.
La figura di spalle avvolta in un drappeggio rosso non nasconde il volto per timore, ma perché la sua vulnerabilità è una forma di potere e mostrare la schiena è un atto di fiducia, è aprirsi al mondo senza garanzie, accettando di essere osservati nella propria intima verità.
TRA TECNICA E INTUIZIONE
Il mio processo creativo è un equilibrio tra controllo e abbandono. Uso una base di disegno, ma lascio che il colore decida la sua strada. Quelle pennellate “impetuose” di cui parla Di Matteo nelle sue righe che ha scritto su di me nel volume, non sono casuali. Sono il risultato di un dialogo tra la mano e l’inconscio. Ogni rottura cromatica, ogni tratto graffiato, nasce da un’urgenza interiore. L’arte, per me, non è semplice rappresentazione, ma è conoscenza, informazione, analisi, consapevolezza.
RADICI E ALI
Crescere in un piccolo paese del Piemonte mi ha insegnato a valorizzare i dettagli.
Le ombre lunghe dei vigneti, i riflessi del Tanaro, i silenzi delle colline… tutto torna nelle mie tele, filtrato da uno sguardo che cerca un messaggio più grande partendo dalle piccole cose.
Ma non mi sento una pittrice “di provincia”.
Il confronto con maestri come Giotto o Leonardo, o con contemporanei come Abramović, dimostra che l’arte è un dialogo senza tempo, i cui messaggi, invece, seguono le mode e gli interessi del momento.
Essere inclusa in quel libro è un grande piacere e non vedo l’ora di averlo tra le mani. Soprattutto, è un libro che dimostra come il gesto, l’emozione, il colore, siano tutte strumenti di quella lingua universale che è l’arte.
UN INVITO A SENTIRE, NON A GUARDARE
Se c’è un messaggio nelle mie opere, è questo: l’arte non si osserva, ma si comprende e si vive.
Non chiedo allo spettatore di decifrare simboli, ma di lasciarsi attraversare dalle opere per comprenderle e viverle. Chiedo di riconoscersi nella torsione di un collo, nel rosso che brucia, nel vuoto che urla.
Perché, in fondo, siamo tutti figure sospese tra ombra e luce, in cerca di un istante di verità.
Dipingo da tanto, ormai, eppure ogni tela è un nuovo inizio. Un atto di fede nel potere dell’arte di rivelarci a noi stessi. Come scrive Di Matteo, “l’arte vera non si esaurisce mai”.
E io, con ogni pennellata, continuo a cercare quel “non-ancora-espresso” che aspetta di essere raccontato.
