IL VIAGGIO DELL’OCCHIO, IL BALLO DELL’ANIMA: QUANDO LA PITTURA DIVENTA ORIZZONTE

di Daniela Bussolino

Spesso mi definiscono pittrice della gioia. Io, Daniela Bussolino, di Castello di Annone, in provincia di Asti.

Lo dicono i critici e gli storici dell’arte. “Veicola gioia”, scrivono.

Bè, è un’etichetta luminosa, certo. Un abito scintillante.

Ma come ogni abito, cela le pieghe, le cuciture, il sudore di chi lo indossa.

La gioia che traspare dalle mie tele, non è un’evasione spensierata, ma potrei definirla più un atto di resistenza o una fuga, a seconda dei punti di vista.

Un respiro profondo preso mentre si nuota a fatica tra i problemi della vita.

Quei miei ballerini, quelli che vedete librarsi, eterei, stilizzati… non danzano sopra i problemi per ignorarli, ma danzano nonostante tutto.

La loro è una coreografia esistenziale, un equilibrio precario sul filo del rasoio, tra tormenti e rassegnazioni, in cui prevale la voglia di vivere.

Le loro forme essenziali sono un alfabeto universale per dire: guardate! Per costringere l’osservatore a riempire quelle figure, interrogandosi.

Anche qui, nel groviglio, esiste la possibilità del movimento, della leggerezza conquistata, non regalata. Un inno silenzioso alla vita, nonostante tutto.

Io sento questo, ogni volta che il pennello tocca la tela, sporcandomi le mani non tanto di colori, ma di possibilità che posso utilizzare per creare storie, racconti, per veicolare emozioni.

E poi arriva l’estate.

Asti avvolta in una cappa di calore, l’afa che appanna i vetri e appesantisce i pensieri. E anche il respiro.

Ma il caldo torrido diventa anche un richiamo. Non alla fuga, ma al viaggio.

Alla ricerca necessaria di un altro punto di osservazione. Come quando, dipingendo, ti allontani dalla tela per cogliere l’insieme, per vedere cosa manca, cosa urla, cosa tace. O cos’hai sbagliato.

Il viaggio è questo, un allontanamento fisico per un riavvicinamento essenziale. Alla vita, a sé stessi, al mistero. A quella parte spirituale che troppo spesso accantoniamo nell’angolo più buio del ripostiglio delle cose da fare.

L’afa palpabile, quella che rende l’aria densa come olio, scatena un desiderio fortissimo di cercare riparo nel fresco. Ma il “fresco” non è solo una temperatura gradevole, bensì una metafora.

È l’altrove dello sguardo. È l’incontro inaspettato su un treno che sferraglia verso sud, il profumo di salsedine che ti colpisce a pochi passi dal mare, il bagliore accecante del sole su un muro di calce che ti costringe a strizzare gli occhi, a vedere diversamente.

Sono questi i semi da cui germogliano le mie donne senza tempo. Donne che riflettono su condizioni di vita particolari, in una sospensione eterna, mentre osservano orizzonti lontani.

Non sono in attesa. Sono in ascolto.

Ascoltano l’eco del mondo che arriva da lontano, il mormorio delle storie altrui che si intreccia alla loro.

Sono ancorate al presente, al loro essere qui e ora, ma la loro anima è proiettata verso il dove.

Quell’orizzonte lontano che non è distanza geografica, ma profondità interiore, possibilità inesplorata, con l’immancabile paura del viaggio kafkiana, quella per cui il viaggio potrebbe non iniziare mai e durare per sempre solo nella parte immaginata, desiderata, elettrizzante e terrorizzante al tempo stesso.

Ogni viaggio è una rivoluzione percettiva, perché travolge il panorama consueto, impone nuovi punti di fuga, nuove prospettive.

Non solo quelle visive, delle teste che si voltano verso un mare che spunta all’improvviso sul finestrino o delle architetture sconosciute che sfidano il cielo. Quelle che a Castello di Annone non ci sono.

Sono le prospettive dell’anima che si sposta, che si mette in gioco, per cui ogni nuovo paesaggio che si para davanti agli occhi è un vocabolario inedito di forme, di luci, di ombre.

È come una lezione accademica per arricchire il mio registro pittorico. È come tradurre quella luce abbagliante del Mediterraneo, così diversa dalla luce piemontese, morbida e avvolgente, o come rendere la vibrazione dell’aria rovente nel tremolio dell’orizzonte.

Non sono solo sfumature diverse sulla tavolozza, ma emozioni che si sintetizzano sulle tele, storie raccontate attraverso l’azzurro di un cielo mai visto, l’ocra bruciata di una terra antica, il verde improvviso di un’oasi inattesa.

O il rosso, che nel mio linguaggio cromatico ha uno spazio particolare, perché è, forse, quello che più mi rappresenta.

Ogni tonalità recepita dal viaggio è un frammento di esperienza, un tassello di mondo incorporato nel mio linguaggio.

I nuovi incontri sono volti che diventano paesaggi interiori. Occhi che raccontano storie senza parole, rughe che sono mappe di vite vissute, sorrisi che sono squarci di luce da assorbire, per raccontarli al primo sussulto di ispirazione.

Diventano il carburante silenzioso per le mie donne riflessive, per l’umanità che abita le mie tele.

Quelle donne senza tempo, solitarie, e mai sole, portano dentro di sé l’eco di tutti gli sguardi incrociati, di tutte le vite sfiorate. Sono plasmate dal reale, dal calore umano raccolto lungo il cammino, e sono sintesi di tante parti di me.

Il viaggio, quindi, non è una fuga dalla mia Asti né dalle mie tele. È solo il desiderio di espandere il mio mondo fuori dallo studio.

È un rinnovare lo sguardo per rinnovare i miei racconti visuali.

Perché la vera gioia che cerco di veicolare è una gioia consapevole, nutrita dalla fatica del viaggio, dallo spaesamento che porta nuovi stimoli, dalla meraviglia per l’ignoto.

È la gioia di chi, come i miei ballerini, sa che esistono problemi, ombre, afa esistenziale, eppure sceglie di danzare, perché la vita e la positività vincono sulla rassegnazione.

Ho voglia di muovermi, di cercare nuovi orizzonti, dentro e fuori.

Di trasformare l’incontro, il panorama, il colore sconosciuto, in un nuovo frammento di bellezza e in un insieme di emozioni da veicolare.

È la gioia coraggiosa di chi guarda lontano, sapendo che l’orizzonte si sposta sempre un po’ più in là, come le lancette dell’orologio, che ci ricordano che la vita va avanti.

Daniela Bussolino

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Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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