L’ABBRACCIO CHE MANCA PER RITROVARE LA CONNESSIONE IN UN’ERA DI DISTANZIAMENTO

QUANDO LA PELLE GRIDA IN UN MONDO DI VETRO

Hai mai contato i secondi di un abbraccio?

Quelli veri, quelli che fermano il respiro, che scaldano le ossa, che ti scolpiscono addosso l’esistenza di un altro essere umano? Quelli da farfalle nello stomaco la prima volta che ti sei presa una cotta?

Ti domanderai cosa c’entri l’espressione artistica di Daniela Bussolino, una semplice pittrice di Asti, con l’abbraccio, con le relazioni e… beh c’entra eccome!

E non soltanto perché ho dipinto un’opera in cui l’abbraccio tra madre e figlio è protagonista, ma perché viviamo in un’epoca paradossale.

Mi ricordo quando uscirono i primi smartphone e ci dicevano che saremmo stati più connessi, anche se distanti geograficamente. E adesso, non siamo mai stati così iperconnessi. Eppure, a me sembra che non siamo mai stati così soli.

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Schermi luminosi ci illudono di essere insieme, mentre le nostre dita sfiorano superfici fredde, incapaci di trasmettere un tremito, un brivido, il calore tattile di una mano.

La tecnologia prometteva ponti, ma spesso ha costruito labirinti. E in questi labirinti, ci siamo persi l’un l’altro.

E capita spesso di osservare compagnie sedute intorno a un tavolo che comunicano attraverso gli smartphone. Ti è mai capitato?

IL CONTATTO È OSSIGENO, NON LUSSO

Io non credo che il contatto fisico sia un accessorio, ma addirittura un bisogno primario, come l’acqua e l’aria.

Pensate agli esperimenti di Harlow sulle scimmie, che sceglievano madri di pezza, calde e morbide, pur di avere una specie di abbraccio. E pensate a Spitz, che ha dimostrato l’importanza, in quel caso vitale, del volto umano per i neonati.

La pelle e gli occhi sono il nostro primo linguaggio. Un neonato riconosce la madre dall’odore, dal calore, dalla pressione delle dita e da quel volto che è, per molte settimane, l’unica ragione di vita, come dimostrò Spitz.

Senza tocco e senza occhi, l’ansia cresce per un senso di solitudine che diventa cronica.

Eppure, abbiamo normalizzato la fame di pelle e di occhi. La fame di socialità vera, reale. Non virtuale.

La chiamiamo “stanchezza”, “stress”, “mal di vivere”, ma per me è dovuta all’eccesso di tecnologia che ha diviso e allontanato le persone.

LA TRAPPOLA DELLA SOLITUDINE IN DIRETTA STREAMING

I social media possono portare notorietà, possono essere uno svago oppure utili per il marketing. Ma spesso sono specchi deformanti, perché si parla di amici e contatti, ma… cosa sappiamo di questi amici virtuali?

Di un amico in carne e ossa conosciamo pregi e difetti. Quale musica preferisce, se beve vino oppure no, quale sia la squadra del cuore o l’attore preferito.

Sui social, invece, scorriamo foto di abbracci mentre siamo rannicchiati sul divano, soli. A scandagliare le vite di perfetti sconosciuti che chiamiamo amici.

Mandiamo cuori digitali, ma il nostro petto batte in una gabbia di costole che non è mai stata a un metro da quelle persone, che non ha mai avuto un contatto con il petto di quelle persone, magari per scambiarsi gli auguri di Natale.

Le chat sostituiscono i caffè e le chiacchiere al bar. Gli emoji rimpiazzano le risate che fanno lacrimare e le pacche che scuotono le spalle.

I MIEI BALLERINI STILIZZATI PARLANO DI UMANITÀ

I MIEI BALLERINI STILIZZATI PARLANO DI UMANITÀ

DANIELA BUSSOLINO

Ecco perché, nelle mie opere, danzatori esili e stilizzati si protendono l’uno verso l’altro, ridono, si toccano, si abbracciano.

Sono corpi che si cercano, si sfiorano, senza dare troppa importanza alle loro fattezze, ma all’atto della socializzazione.

Sono metafore di noi, non per portare avanti una battaglia contro i mulini a vento della modernità, ma come un monito per guardare quanto intorno a noi ci siano persone in carne e ossa certamente più importanti di qualsiasi immagine sullo schermo di uno smartphone.

Per accorgervi quanto quel collega, quel figlio, quella persona importante che non abbracciate da mesi, vi manca come l’aria. I miei ballerini non danzano per vincere trofei o per cercare apprezzamenti, ma per ricordarvi che un sorriso vis-à-vis un tempo era la normalità, mentre oggi sembra una rivoluzione.

Una stretta di mano, ai tempi in cui ero una ragazzina, era un patto di sangue che valeva più di un contratto, mentre adesso persino le strette di mano sono, in molte occasioni, mera circostanza.

Attenzione, non sto dicendo di abbandonare la tecnologia, ma auspico un mondo più a prova di emozioni, sentimenti e umanità, in cui la tecnologia aiuta davvero a unirci

SOGNO UN RESPIRO CONDIVISO, OLTRE LA SOLITUDINE.

SOGNO UN RESPIRO CONDIVISO, OLTRE LA SOLITUDINE.

DANIELA BUSSOLINO

Sento già il vostro scetticismo.

“Il mondo va così”, dirà qualcuno.

Vero e non lo nego. Ma quante volte avete confuso la solitudine con l’indipendenza?

Quante volte avete soffocato il desiderio di una carezza per paura di sembrare deboli?

I miei ballerini vi osservano, con i loro occhietti impercettibili, eppure più vivi di tanti umani rinchiusi nella loro torre di segnali wi-fi.

La mia poetica sulla danza è una voce che, umilmente, ti dà dei suggerimenti orientati a una vera e piena esperienza di vita vissuta per davvero.

Ti dice “Alzati. Esci. Cerca una mano da stringere, degli occhi da incrociare, un corpo da abbracciare fino a sentirti stritolare.

Non è romanticismo, ma sopravvivenza, perché credo che il futuro non sarà dei più connessi, ma di quelli che avranno il coraggio di toccare e di lasciarsi toccare.

I miei ballerini continueranno a danzare, auspicando una vera danza: la vostra, in una vita vera, reale, umana.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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