PERCHÉ LE MIE DONNE NON GUARDANO MAI VERSO DI TE

di Daniela Bussolino

C’è una cosa che quasi tutti notano, prima o poi. Si fermano davanti a uno dei miei quadri, guardano la figura femminile al centro e, dopo qualche secondo, dicono: “Perché non guarda verso di noi?”

È una domanda che mi piace, perché vuol dire che qualcosa ha funzionato.

Non è una scelta tecnica, in verità, ma è lo sguardo che orienta, il mio, quelle delle donne protagoniste delle mie opere, quello delle mie emozioni del momento.

Le mie donne guardano altrove da sempre, da prima che capissi perché lo facevano.

Guardano verso una finestra che non si vede, verso un pensiero che non si sente, verso qualcosa che sta succedendo fuori campo, in un posto a cui solo loro hanno accesso. Loro e le mie emozioni.

Per anni, ho dipinto così senza interrogarmi troppo.

Era naturale, era il mio modo. Poi, un giorno qualcuno me lo ha fatto notare come se fosse un enigma da risolvere e ho dovuto fermarmi a cercare la risposta.

L’ho trovata in un posto inaspettato: nella mia infanzia.

Quando ero bambina, le mie bambole non parlavano mai direttamente a me.

Avevano le loro storie, i loro sguardi, i loro mondi interni.

Io le guardavo e immaginavo cosa stessero pensando, cosa vedessero, cosa aspettassero, cosa stessero per fare.

Come ogni bambina, le umanizzavo.

Non me lo dicevano, ma mi piace immaginare che me lo lasciassero scoprire.

Quel loro silenzio non era freddezza dovuta al fatto che erano bambole, ma era rispetto. Era lo spazio che serve perché chi guarda possa entrare con la propria immaginazione, con la propria storia, con quello che porta dentro quel giorno e che non ha ancora trovato parole.

Le mie donne fanno la stessa cosa. Non ti guardano perché non vogliono dirti tutto e preferiscono lasciarti qualcosa da trovare da solo.

C’è un pudore nell’emozione che la pittura sa tenere meglio delle parole.

Quando scrivo, posso scegliere di dire esattamente cosa prova un personaggio, posso aprire la sua testa e mostrarti tutto: il dubbio, la paura, la gioia, i pensieri.

Quando dipingo, non posso farlo. O meglio, non voglio farlo.

Un volto che guarda verso di te dice troppe cose in modo troppo diretto e ti darebbe la pappa pronta. Io, invece, vorrei che tu sentissi ciò che provo io.

Un volto che guarda te stabilisce un contatto che non lascia spazio. Ti dice: guarda me, senti questo, prova quello.

Un volto che guarda altrove, invece, ti fa una domanda anziché darti una risposta. Cosa vede? Cosa sente? Cosa sta per succedere?

E quella domanda, quella sospensione silenziosa tra il quadro e chi lo osserva, è esattamente lo spazio in cui accade qualcosa di reale. Qualcosa che non ho dipinto io. Che hai portato tu.

Le mie donne sono forti proprio perché non cercano il tuo sguardo

Credo che ci sia una forza enorme nel non aver bisogno di essere guardate per esistere.

Le figure femminili che mi appartengono di più, quelle che sento mie anche dopo che la tela è uscita dal mio studio, sono quelle che sembrano complete in sé stesse, quelle che non aspettano approvazione. Che non si giustificano.

Non è indifferenza, ma autonomia.

E, forse, è anche questo che cerco di raccontare ogni volta che prendo un pennello o disegno sul tablet, quella qualità rara, preziosa, a volte faticosamente conquistata: la capacità di esistere pienamente anche quando nessuno sta guardando.

Ogni volta che qualcuno mi chiede perché non guardano verso di lui, io rispondo sempre con un’altra domanda.

Cosa stavi pensando tu, mentre le guardavi?

Quasi sempre, dopo un momento di silenzio, arriva una risposta vera, personale, inaspettata anche per chi la sta dicendo.

Ecco perché le mie donne non guardano verso di te.

Perché se ti guardassero, ti direbbero la mia storia. Guardando altrove, invece, ti lasciano spazio per raccontare la tua.


Daniela Bussolino Pittrice e scrittrice.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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