VENT’ANNI DI DONNE SULLA TELA. COSA MI HANNO INSEGNATOI VOLTI CHE HO DIPINTO

di Daniela Bussolino

C’è una cosa strana che succede quando riordino il mio studio: mi fermo davanti alle tele appoggiate al muro, quelle finite, quelle a metà, quelle che non ho mai avuto il coraggio di mostrare, e mi accorgo che mi guardano come fossero presenze vive.

Come sapete, le mie donne non guardano quasi mai verso chi le osserva, ma guardano altrove, verso qualcosa che non si vede, verso un pensiero che appartiene solo a loro.

Eppure, mi guardano.

E, in quel momento, in mezzo al disordine del mio studio, mi rendo conto di una cosa che non ho mai scritto in modo diretto: queste donne non le ho create io. Le ho incontrate.

Un po’ come cantava Aleandro Baldi in “Passerà”: “Le canzoni non si scrivono, ma nascono da sé.”

Una per una, nel corso di vent’anni, le ho incontrate sulla tela, lì dove sono nate da sé, e ho imparato qualcosa che non sapevo di non sapere, e questo articolo è il tentativo di raccontare cosa.

I PRIMI ANNI: LE DONNE CHE VOLEVO ESSERE

Quando ho dipinto le mie prime figure femminili, non lo sapevo ancora, ma stavo dipingendo desideri.

Le donne di quel periodo erano eleganti, composte, sicure di sé in un modo che io non ero ancora. Avevano una presenza che occupava la tela senza scuse, senza timidezza. Vestiti curati, posture precise, una grazia che sembrava non costare nessuna fatica.

Qualcuno guardava quei quadri e mi diceva: “Sono bellissime. Così raffinate!”

Io sorridevo e non dicevo quello che pensavo davvero: che quella raffinatezza era una protezione. Che quelle donne erano così composte perché io non mi sentivo ancora abbastanza composta.

Che le stavo dipingendo per costruire qualcosa che mi mancava.

L’arte funziona così, all’inizio. Ti dà quello che non hai ancora. Sulla tela o nelle pagine di un libro che scrivi, non fa differenza. Sono mondi paralleli che ti somigliano più del mondo reale.

LA SVOLTA: QUANDO HO INIZIATO A DIPINGERE LE CREPE

Non so esattamente quando è successo.

A un certo punto le mie donne hanno smesso di essere perfette. Non mi sono svegliata una mattina decidendo di cambiare stile, ma è successo lentamente, quasi senza che me ne accorgessi, mentre la mia vita fuori dallo studio stava attraversando cose che non avevo previsto.

Le figure hanno iniziato ad avere qualcosa di incompiuto: un’ombra che non si spiegava, una piega nella postura che suggeriva un peso, uno sguardo che andava ancora più lontano di prima… non verso l’eleganza di un mondo immaginato, ma verso qualcosa di più difficile da nominare.

Quelle donne mi hanno insegnato che la vulnerabilità non è il contrario della forza, ma è dove la forza abita davvero.

QUANDO HO SMESSO DI PROTEGGERE LE MIE DONNE

C’è stato un periodo in cui ho capito che stavo ancora proteggendo le mie figure, in un modo diverso rispetto agli inizi, ma sempre proteggendole.

Non le proteggevo più dall’imperfezione, ma dall’esposizione. Le dipingevo sempre in un momento di equilibrio, anche fragile, anche precario, ma sempre un momento in cui avevano già trovato un posto dove stare.

Poi ho iniziato a dipingerle nel mezzo.

Nel mezzo di qualcosa che non era ancora risolto. Nel mezzo di un’emozione che non aveva ancora trovato il suo nome. Nel mezzo di una trasformazione che poteva andare in qualsiasi direzione.

Quelle sono le tele che preferisco, quelle in cui non so ancora, mentre dipingo, come andrà a finire, e lo lascio aperto, sospeso, perché la vita vera sta quasi sempre nel mezzo e quasi mai nella risoluzione.

Le donne di quel periodo mi hanno insegnato che raccontare l’incertezza richiede più coraggio che raccontare altro e che chi osserva porta dentro la propria risposta, che è sempre più vera di qualsiasi risposta avrei potuto dipingere io.

Vent’anni di volti femminili mi hanno insegnato una cosa che nessun libro mi aveva detto in modo così diretto, cioè, che la femminilità non è uno stato dell’anima, ma un movimento.

Non è qualcosa che si possiede o non si possiede, che si ha in certi giorni e non in altri, ma qualcosa che si attraversa, continuamente, in direzioni diverse, con risultati che non si possono prevedere.

Le donne che dipingo sono forti e fragili nello stesso momento. Sono presenti e distanti, sono complete, ma anche ancora in cerca di qualcosa, non perché io voglia rappresentare la complessità femminile in senso astratto, ma perché è così che le incontro, sulla tela, ogni volta che inizio un lavoro nuovo.

È così che mi incontro io, del resto.

E poi è arrivata la scrittura quando ho aperto un cassetto che tenevo chiuso da molto tempo.

Ci ho trovato dentro storie, personaggi femminili che aspettavano da anni di avere una voce, non solo un volto. Donne che sulla tela avevo incontrato di sfuggita, un’atmosfera, una postura, uno sguardo, e che nelle pagine potevano finalmente parlare, muoversi, sbagliare, cambiare idea.

Ho capito che le storie che tenevo dentro mentre dipingevo, quelle che non si vedono nel quadro, ma che danno alla figura quella qualità particolare, avevano bisogno di un altro spazio per esistere completamente.

La scrittura non è arrivata come una cosa nuova, ma come il completamento di qualcosa che facevo già da vent’anni.

Le mie donne sulla tela mi avevano insegnato a inventare vite. La scrittura mi ha dato il modo di raccontarle.

Se dovessi raccogliere in poche righe quello che vent’anni di volti femminili mi hanno dato, direi che mi hanno insegnato a guardare prima di giudicare, le persone, le situazioni, me stessa.

Mi hanno insegnato che l’incompiuto non è un fallimento, ma, spesso, è il posto più onesto in cui un’opera può stare.

Mi hanno insegnato che la cosa più coraggiosa che un artista possa fare non è mostrare la perfezione, ma mostrare il movimento, quella zona incerta e viva in cui le cose stanno ancora diventando quello che saranno.

E mi hanno insegnato che creare non è solo lasciare qualcosa di tuo nel mondo, ma è aprire uno spazio in cui qualcun altro possa trovare qualcosa di suo.

Ogni donna che ho dipinto mi ha avvicinato un po’ di più a questa verità e ogni pagina che scrivo fa la stessa cosa.

Il viaggio non è finito.

È ancora nel mezzo, esattamente dove deve essere.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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