NON SONO SOLO OPERE, NON SONO SOLO PAGINE, MA FIGLIE

di Daniela Bussolino

Quando entri in una galleria, quando vai a una mostra, vedi delle opere. Io vedo figli e figlie di qualcuno.

Forse, figli e figlie sono le definizioni più precise che ci siano per descrivere l’opera dell’ingegno di una persona.

È esagerato?

Mah, se ci pensi, se noti quanta passione, quanto tempo, quanta tribolazione e quanti tormenti vi siano dietro a un’opera, “figlia” smette di sembrare esagerata e comincia a sembrare ovvia, come tutte le verità che ci mettono anni a trovare il nome giusto.

Lasciatemi raccontare da dove viene questa parola. E perché, per capirla davvero, devo parlarvi di mio figlio e di Cristal.

Mio figlio non ama che si parli di lui, preferisce restare dietro i riflettori, ma c’è ed è la presenza più importante. Per una madre è scontato, ma nel mio caso, per quella che è stata la mia vita, mio figlio è davvero speciale e lo ringrazio di esistere.

Non so spiegare cosa significhi avere un figlio come il mio a chi non ce l’ha, e non perché chi non ce l’ha non possa capire, ma perché certe cose cambiano la struttura di come percepisci il tempo, lo spazio, te stessa, e non esistono parole abbastanza grandi per contenere quel cambiamento.

Soprattutto, non posso spiegare cosa rappresenti mio figlio e quanto importante sia stata la sua presenza, in un momento particolare della mia vita, utilizzando poche righe in un articolo.

Quello che so dire è questo: il giorno in cui è nato ho capito per la prima volta cosa significhi amare qualcosa che non è tuo.

Sembra un paradosso. È tuo figlio come può non essere tuo?

In effetti, quante volte diciamo “mio” figlio, “mia” figlia, quasi con un senso di appartenenza?

Ma un figlio non ti appartiene. È una persona che è di se stessa.

Noi genitori abbiamo solo il compito di accudire una persona quando è un cucciolo, per farla diventare adulta e in grado di vivere da sé.

Un figlio lo ami con tutto quello che hai, ci metti dentro ogni cosa: la paura, la gioia, le notti insonni, i sacrifici che fai senza nemmeno chiamarli sacrifici perché non ti pesano, perché li fai e basta.

E intanto sai, perché lo senti dal primo istante, anche se non te lo dici, che il tuo lavoro è prepararlo ad andare via da te, un giorno.

Devi amarlo sapendo già che un giorno andrà via da casa tua, troverà una strada che non è la tua, magari in una città diversa, in una nazione diversa.

Devi amarlo e dargli tutto sapendo che è suo, non tuo.

Questa è la forma d’amore più pura che esista.

E quando ho iniziato a dipingere e a scrivere sul serio, ho ritrovato questa stessa forma in un posto inaspettato che, inizialmente, non sono state le mie opere, ma Cristal.

Prima di parlare dei quadri e dei libri, voglio parlarvi di Cristal.

Cristal era la mia coniglietta. Bianca e nera, con quel modo di guardarmi che sembrava capire sempre tutto, o forse ero io che avevo bisogno di essere capita e lei era lì, presente, silenziosa, con quella grazia tranquilla che hanno certi animali e che gli esseri umani inseguono per tutta la vita senza trovarla mai del tutto.

È rimasta nella mia vita per alcuni anni. Anni in cui dipingevo, cercavo, sbagliavo, ricominciavo. Anni in cui avevo bisogno di qualcosa che stesse vicino senza chiedere spiegazioni.

Lei stava vicino, amando me, mio figlio e il mio compagno. Era lì, come una di famiglia, come una figlia.

Quando Cristal se n’è andata, è stato quasi come perdere una figlia e ho capito che l’amore non si misura dalla durata, ma dal dolore che ti lascia addosso, da quella presenza che continui a sentire anche quando non c’è più, da quello spazio vuoto che ha la forma precisa di chi lo ha occupato.

Cristal mi ha insegnato che si può amare qualcosa con tutta te stessa anche sapendo che resterà per poco perché il tempo non è la misura dell’amore, ma lo è la profondità.

E poi ci sono le opere.

Alcune mie opere, non tutte, ma tante, quelle che sento davvero mie, sono pezzi della mia anima. Non nel senso romantico e generico con cui si usa questa espressione, ma nel senso letterale, quasi fisico, di qualcosa che era dentro di me e che ho tirato fuori e messo sulla tela o su una pagina.

Sono le mie figlie.

Le ho portate dentro per settimane, mesi, talvolta anni, prima che esistessero.

Le ho nutrite di ore, di dubbi, di ricominciamenti, di emozioni, tante emozioni.

Ho perso il sonno per loro, non per ansia, ma per quella presenza che senti quando stai crescendo qualcosa che non è ancora nato, eppure già esiste, da qualche parte dentro di te, e aspetta solo il momento giusto per venire fuori.

E quando sono ultimate, quando ho posato il pennello o scritto la parola “fine” e ho capito che era il momento del distacco, ho provato ogni volta quella strana miscela di orgoglio e di perdita che conosco bene da quando è nato mio figlio.

L’opera è tua, nel senso che l’hai creata tu, ma adesso deve andare nel mondo e appartenere a miliardi di altre persone, ma mai più a te, se non come riconoscimento di autrice.

Quando vendo un quadro a cui tengo, uno di quelli che sento davvero miei, uno di quelli che ha dentro un pezzo che non tornerà, c’è un momento, mentre lo imballo o mentre lo consegno, in cui mi fermo, per salutarlo come si saluta un figlio prima che esca di casa.

Sì, lo so che sembra strano, ma è così. C’è un momento in cui guardo quell’opera per l’ultima volta, sapendo che andrà in una casa che non vedrò mai, in una stanza che non conosco, vicino a persone che non incontrerò.

So che, da quel momento in poi, farà la sua strada senza di me e camminerà sulle sue gambe.

Un quadro vive da solo. Un libro vive da solo. Tant’è che studiamo opere d’arte che possiamo ammirare nei musei che sono ancora lì, mentre i loro “genitori” sono morti da secoli.

Per le mie opere, ho la stessa forma d’amore, la stessa forma di perdita, la medesima forma di orgoglio.

Non scrivo solo libri e non dipingo solo opere, ma partorisco un figlio ogni volta.

E ho capito, attraverso il mio percorso di pittrice e di scrittrice, che la forma più alta di amore non è il possesso, ma è proprio la creazione. Mettere al mondo qualcosa, un figlio, un’opera, un legame, sapendo già che un giorno non ti apparterrà più.

Eppure, farlo lo stesso perché è un bisogno esistenziale, viscerale, che ti rappresenta e ti cambia ogni giorno.

adb-012-donna-di-schiena-acrilico-su-tela-40×50-2015

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

«La geopolitica non è solo studio del potere. È l'arte di leggere il mondo prima che il mondo ti sorprenda.» Sono un analista geopolitico e comunicatore strategico con un Master in Politiche Internazionali ed Economia. Scrivo saggi, formo leader e costruisco ponti culturali tra Italia e Giappone attraverso il Metodo Kinsaisei, un approccio che unisce rigore, visione e intelligenza relazionale. Lavoro con istituzioni, media e think tank che hanno bisogno di orientarsi in scenari globali in rapida evoluzione. GEOPOLITICA Analisi degli scenari internazionali, report strategici e contributi per media e istituzioni. ARTE & GIAPPONE Critica d’arte, eventi culturali e rappresentanza in Italia della cultura giapponese contemporanea. COACHING & COMUNICAZIONE Il Metodo Kinsaisei per sviluppare leadership, comunicazione e intelligenza relazionale. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

Lascia un commento