Mi capita spesso, a metà di una conversazione, di restare con un sapore amaro in bocca. Mi succede quando qualcuno mi guarda le mani, a volte ancora segnate da una traccia ostinata di colore sotto l’unghia, e poi mi regala quel mezzo sorriso, a metà tra la pietà affettuosa e la condiscendenza: «Ma Daniela, perché continui a farti il sangue amaro tra tele e racconti? Tanto lo sai anche tu, con l’arte e con la scrittura, in Italia, non si diventa ricchi».
Resto in silenzio. Secondi in cui mi passano dentro, tutti insieme, un sorriso amaro, tanta compassione e un incendio allo stomaco.
Un sorriso, perché la miopia di certi sguardi fa quasi tenerezza. Una compassione perché una società che si definisce evoluta non può ragionare come un anziano di fine Ottocento. Un incendio perché in quella frase c’è il veleno della nostra epoca.
Siamo scivolati in una pozzanghera culturale dove l’unico indicatore di valore per un essere umano è diventato il suo estratto conto. La capacità di acquistare oggetti, per lo più inutili, con cui mostrare al mondo il potere d’acquisto.
Se guidi un’auto che costa quanto un bilocale, se sfoggi la sigla giusta sulla borsa e abiti in un salotto da rivista patinata, allora esisti, vali, hai competenze. Sei uno di spessore.
Se, invece, passi le notti a cercare la giusta sfumatura per un’ombra o a limare una frase fino a toglierle il fiato, senza che questo si traduca istantaneamente in un bonifico, per loro stai semplicemente sprecando il tuo tempo.
D’altronde, hanno trasformato persino il respiro in rendita. Non c’è più spazio per una passione, per un gesto gratuito, per l’incanto disinteressato: ogni cosa deve essere “monetizzata”, altrimenti è una perdita di tempo.
Ci sono persino genitori che spingono i figli a scegliere sport che a livello professionistico rendono più soldi, cercando di distoglierli da quelli minori.
Ma questa non è modernità. È la negazione dell’evoluzione umana. È un’involuzione patetica.
La memoria della nostra specie non è custodita nei caveau delle banche, ma nel coraggio di chi ha osato guardare oltre.
Prendete la Parigi di inizio Novecento. Nel gennaio del 1920, all’Hôpital de la Charité, moriva di meningite tubercolare e di stenti un uomo di trentacinque anni.
Si chiamava Amedeo Modigliani.
Penso dica qualcosa a tanti, no?
Eppure, negli ultimi inverni della sua vita, barattava i suoi disegni nei bistrot di Montparnasse per una ciotola di zuppa calda o per un bicchiere che gli scaldasse i polmoni distrutti dal freddo.
È morto da straccione, su un letto d’ospedale dei poveri. Il più fallito dei falliti, secondo i canoni di oggi.
Tuttavia, ditemi: chi si ricorda il nome del banchiere più facoltoso di Parigi di quell’anno? E quello dell’uomo più ricco della città?
Chi rammenta l’industriale che allora scendeva dalle carrozze sfoggiando cappotti di castoro e anelli con rubini in Place Vendôme?
Nessuno. Nemmeno i parenti che discendono dalle loro stirpi.
La polvere e gli anni hanno inghiottito le loro carrozze, i loro titoli di borsa e la loro arrogante rispettabilità, conclamata da un potere d’acquisto immenso.
Eppure, quegli occhi senza pupille dipinti da Modigliani, quei colli lunghi e malinconici che sembrano reggere il peso del mondo, continuano a togliere il respiro a chiunque vi posi lo sguardo, in qualsiasi museo della Terra, a un secolo di distanza.
Quell’uomo che, per i parametri di oggi, sarebbe stato etichettato come un fallito, ha regalato all’umanità una porzione di anima che il denaro non potrà mai comprare né distruggere.
La differenza sta tutta qui. Tra Modigliani e l’uomo più ricco del suo tempo non c’è partita su chi sia stato più importante per il mondo.
Ed è un abisso che molti fingono di non vedere.
Se io dipingessi o scrivessi per raccattare quattro soldi, farei altro.
Farei dell’onesto, banale artigianato su commissione e mi prenderei un banchetto ai mercati: studierei i colori di tendenza della stagione per abbinarli ai divani dei ricchi; scriverei storielle preconfezionate per compiacere l’algoritmo di turno; sfornerei prodotti rassicuranti pensati per vendere al mercato del sabato.
L’artigiano asseconda il gusto della massa, la liscia, le dà ciò che conosce per rassicurarla.
L’artista no. L’artista non produce, bensì genera.
Crea dal niente, strappa una visione dal buio e la scaglia nel mondo, anche a costo di non essere compreso subito o, peggio, di essere denigrato.
Perché non insegue le mode, ma scava in profondità, apre varchi, inventa percorsi in cui altri, domani, cammineranno. Proprio come accadde a Van Gogh, schernito e insultato per decenni, prima di diventare uno degli artisti più copiati e studiati della storia.
L’artista espone la sua visione del mondo, non quella comoda e facile che cerca la gente.
Che poi la sua voce sia un coro oceanico o un sussurro di nicchia, non importa. L’utilità sociale di chi allarga l’immaginario della specie umana è immensamente superiore a quella di chi si limita ad accumulare denaro e oggetti per poi lasciarli marcire sotto una lapide di marmo lucido dove, prima o poi, finiscono tutti. Ricchi o poveri.
Quindi sì, continuo a dipingere e a scrivere.
Continuo a sporcarmi le dita d’acrilico e ad avere gli occhi arrossati davanti a una pagina che non vuole saperne di chiudersi.
Poiché non lo faccio per comprare un’auto più grande o per esibire un portafogli gonfio mentre pago l’aperitivo, ma perché, quando mescolo due colori e trovo la luce che cercavo, o quando mi salta in testa la parola esatta per esprimere un dolore, sento che la mia vita non sta scivolando via invano, ma che sto creando qualcosa che appartiene solo a me.
A chi mi chiede se non ho paura di non diventare ricca, rispondo con un sorriso sereno, perché la vera povertà è arrivare alla fine dei propri giorni circondati da una quantità enorme di oggetti costosi che non serviranno nemmeno a farsi ricordare già dopo pochi anni.
