“Nella vita conta di più il lavoro. I libri servono a poco: non danno da mangiare.”
Queste parole non erano solo un consiglio figlio di un’altra epoca e di un vissuto che affondava le radici nel dopoguerra, ma erano un dogma scolpito sulle piastrelle della mia cucina, tra il profumo del caffè e il silenzio pesante dei pomeriggi in cui una parte di me avrebbe preferito proseguire gli studi invece di chiudere i conti con la realtà.
A quel tempo, mio padre era un uomo che aveva avuto fame. Un uomo per cui il lavoro non era una scelta, ma l’unica trincea possibile contro l’incertezza.
E, a mettermi nei suoi panni, avrei creduto anch’io quasi impossibile un futuro differente per i miei figli, all’epoca. Era difficile che il figlio di un operaio o di un contadino diventasse medico o avvocato.
Oggi, sembrano discorsi da terzo mondo, ma all’epoca, soprattutto in certe situazioni, erano discorsi da saggi, parole sante.
A quattordici anni, ho creduto che avesse ragione. Così, ho chiuso i libri, ho riposto i sogni tra le pagine di un diario nascosto e sono uscita nel mondo, brandendo il lavoro come fosse il distintivo della mia libertà.
Ho barattato la genialità delle equazioni e la magia della letteratura con la concretezza asfissiante di una paga a fine mese.
IL PREZZO DEL PANE E IL SILENZIO DELLA MENTE
Per anni, ho vissuto convinta che il mio valore si misurasse solo in ciò che producevo. Ero efficiente, ero instancabile, una lavoratrice che non si tirava mai indietro. Ero “adulta” e responsabile. Ma dentro, sentivo una forma strana di malnutrizione.
Solo che non era la pancia a brontolare, ma la mente. Sentivo il peso di un vocabolario che non cresceva, di prospettive che non si aprivano, di un orizzonte che si fermava sempre alla fine della giornata lavorativa, alla fine della settimana. Così, la mia vita si apriva il lunedì con la speranza che arrivasse presto il fine settimana, per stare con gli amici, con la famiglia con gli affetti.
Il lavoro mi ha dato da mangiare, sì. Ma mi ha tenuto a dieta quanto a esperienze e conoscenza per lungo tempo.
Ho visto compagni di scuola andare avanti, sbagliare, viaggiare, arricchirsi di parole, di viaggi, di cultura. E io?
Io ero lì, a contare le ore, orgogliosa della mia indipendenza economica, ma segretamente terrorizzata dal vuoto di una conversazione in cui non sapessi dove andare a parare.
IL MIO RISCATTO NON È NELLA CONOSCENZA
Oggi, guardando la ragazza che ero, non provo rabbia. Tutt’altro. Provo una tenerezza infinita. Le direi: “Hai fatto quello che potevi, ma hai dimenticato la cosa più importante: il nutrimento dell’anima è quello che ti salva davvero quando il mondo fuori crolla. E imparerai che ci sono persone che guadagnano molto meno, ma sono ricchissime quando svolgono lavori che adorano.”
Per questo, oggi, sto recuperando il tempo perduto.
Non lo faccio per un titolo accademico che resti appeso a una parete o per sbandierare su Facebook il superamento di un esame, ma per la fame atavica che mi porto dentro. Ogni corso che inizio, ogni libro che divoro anche di notte, ogni concetto complesso che finalmente incastro nel mosaico del mio pensiero è un atto di rivoluzione personale.
Ho capito, finalmente, che mio padre si sbagliava. Non per colpa o perché ce l’avesse con me, ma perché era un uomo comune del suo tempo che mi adorava e credeva davvero che il suo consiglio fosse per il mio bene. Ma si sbagliava, perché è vero che il lavoro ti garantisce la sopravvivenza, ma è la conoscenza a garantirti la vita.
Ed è la conoscenza a darti la possibilità di non massacrarti la schiena in anni di duro lavoro in fabbrica.
PERCHÉ NON È MAI TROPPO TARDI PER IMPARARE A LEGGERE IL MONDO
Se state leggendo queste righe e sentite quel piccolo vuoto, quella sensazione di aver sacrificato i vostri sogni sull’altare della necessità di un tempo lontano, voglio dirvi una cosa: non è mai finita. Il vostro cervello non ha una data di scadenza. La vostra curiosità non è un lusso, è un diritto di essere umano.
Non smettete mai di studiare. Non smettete di leggere.
Oggi, finalmente, ho capito che i libri non servono solo a “mangiare”: servono a digerire la vita, a trasformare l’esperienza in saggezza e a capire chi siamo davvero.
E voi, a quale percorso avete rinunciato?
Quale percorso di studi vi piacerebbe intraprendere, finalmente?
